Orfani ma salvati
- Federica Lampugnani
- 10 gen
- Tempo di lettura: 2 min
Molto spesso la passione educativa nasce da chi è figlio di infanzie difficili. Di storie sofferte e dolori nascosti. Si diventa capaci da grandi, solo se si ha incontrato qualcuno che trasforma l’anima, di farsi luce e balsamo nei cammini di altri.
A volte è quasi il tentativo ostinato di porre rimedio ad altre infanzie faticose e di essere presente là dove, per noi, nessuno era stato rifugio.
Non si parla di ferite oggettivamente profonde, non nell’ottica di chi guarda all’abuso e alla violenza solo se drammatici o indicibili.
La letteratura pedagogica racconta da tempo che la violenza è violenza, sempre e soprattutto quando la sua conseguenza rimane nell’anima di chi porta con sé le tracce di sentirsi a pezzi. Non padroni dentro casa propria: le emozioni diventano frammentarie, i ricordi traumatici intrusivi e la stanchezza persistente.
Quasi una nebbia di dolore accompagna i superstiti di genitori che, senza saperlo - senza volerlo - ma comunque hanno lacerato e strappato; ora loro provano a far crescere una pelle adulta. E possibilmente, a diventare - proprio grazie a tutto - persone buone e benedicenti.
Cioè a non chiamarsi maledetti o a maledire la vita e la propria carne.
L’educazione quindi diventa anelito a seminare bellezza e speranza. A farsi testimoni di gioia e di serenità anche dentro esperienze di malattia, di diagnosi non facili da accettare o nelle solitudini che vivono tutt'oggi tanti (troppi) bambini e bambine.
La pedagogia può essere un animale chimerico, per certi aspetti battagliero e tenace nella ricerca della giustizia. Per altri, è quasi la dolcezza di quelle madonne dipinte come consolatrici e forti nella protezione.
Stare dentro il lavoro educativo segna un percorso che può essere, certamente, d'aiuto a guardare verso orizzonti che se non dimenticano, provano almeno a comprendere il significato del perdono. Quest’ultimo non un velo di pietà sulle miserie umane ma il desiderio che la propria vocazione debba compiersi anche grazie allo scontro con il male.
Non si può infatti chiamare bene il male ma non siamo - tutti noi - nella condizione di poter estirpare l’uno dall’altro. Specialmente quando siamo bambini e perciò affidati alle mani di altri, che buoni - necessariamente - non sono.
La natura di figli ci pone in un dramma di dipendenza ma nessuno rimane per sempre, ciò che altri dicono. Educare può essere l’opportunità di raccogliere parole buone e rispettose anche altrove. Bastano pochi frammenti e alcune briciole per scoprire di essere molto di più di una sentenza sbagliata.
Generare è il verbo non di chi mette al mondo con il corpo, ma di chi libera e racconta la verità a quelle anime che duellano per non credere al male. Che è capace di rendere orfani anche dentro famiglie apparentemente normali e perfette.
In fondo, non saper benedire i propri figli è l’esito di coloro che si sono arresi alla disperazione e, poiché increduli, hanno replicato la mediocrità di essere distruttori.
Chi sceglie di educare, certamente soffre, ma ama coloro di cui si fa come padre e madre insieme.
A ciascuno il suo carisma, a ciascuno la sua risposta all’esistenza, a ciascuno le proprie responsabilità.
Al cuore dell’uomo la possibilità di credere all’amore e di scacciare il male.

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