Dentro l'arena con passo lieve
- Federica Lampugnani
- 2 set 2024
- Tempo di lettura: 2 min

Ci si uccide per disperazione, infatti diciamo che la disperazione uccide. Possiamo aggiungere che si può uccidere per disperazione e che la disperazione dell'uccidere è la tragedia che non ha parole, senso, perché, ragioni.
Mettere una pezza, quasi una giustificazione, è la modalità più semplice per tamponare e attutire il dolore di quando l'immane e il catastrofico attanagliano l'anima di qualcuno o la pluralità di tanti. Incredulità, spaesamento, angoscia.
Questo significa sentire - nella mente, nella carne, nell'anima - una parte dell'ampio repertorio umano che disponiamo di emozioni e stati del nostro umore.
Voci che ci fanno trasalire, quelle nella testa, più di una ferita o della rottura di un arto. L'anima colpisce più duramente di qualsiasi colpo che si possa infliggere al corpo.
Lo spirito così invisibile e senza apparenti manifestazioni si ammala, tanto quanto se non di più, di un occhio o delle articolazioni.
E quanto ne sappiamo di tutto questo? Sicuramente molto di più, grazie alla ricerca, agli studi, alle realtà associative e specializzate che se ne occupano.
Quanto ne abbiamo paura? Ancora troppa e ci ritroviamo senza la sufficiente consapevolezza di prendere una posizione su qualcosa che temiamo perché oscuro.
Una stanza al buio può, certamente, spaventare con le ombre e le sembianze mostruose di ciò che diventa anche la più semplice banalità. Ma come ne usciamo? Come ci possiamo preparare? Forse nemmeno basta più la parola educazione. Perché educare è questione di continuità, pratica, allenamento e costanza. In una parola: fatica. E quando la fatica è profonda e vissuta soprattutto in solitaria, uccide. Dentro, fuori, ovunque.
La normalità d'altronde è quell'etichetta di convenzione che vorremmo poter applicare per diminuire la portata della vulnerabilità e dell'impotenza di stare accanto all'angoscia di un neonato, di una bambina, di un adolescente, di una giovane mamma, di un anziano, di un uomo malato, di un morente. Se la risposta alla disperazione, alla paura, alla rabbia è semplicemente una reazione noi non stiamo veramente accogliendo o supportando l'altro. Qualcuno che di solito abbiamo a cuore perché prezioso, unico, stesso sangue, stessa storia. Al massimo stiamo ascoltando senza entrare nella situazione, tenendoci a debita distanza. Certamente nessuno deve esserne inghiottito, ma è la compagnia sul filo di una strada difficile e tremenda che permette di attraversarla. Riprendendo una voce biblica con due immagini molto chiare: il fuoco non ti brucerà e le acque non ti travolgeranno. Non occorre essere credenti per capire che stare sulla soglia non è la via migliore per impastarsi della vita. Burrascosa e irta della battaglia più antica di sempre: l'abbiamo chiamata bene e male. Forse dovremmo essere più pronti a non vedere così nette separazioni ma trovare l'audacia e pregare la Speranza di metterci dentro tutti i colori possibili. Puntare gli occhi nella luce e nel buio, restando uniti e svegli perché la vita è tenace ma richiede che il cuore e le nervature più sacre dell'esistenza siano protette nella loro immensa delicatezza.
Federica
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